Palazzo Freschi-Piccolomini

Dentro la cerchia murata, a fianco dell’antico castello (e utilizzandone alcuni edifici di pertinenza), tra il 1669 e il 1704 i nobili Attimis fecero costruire un elegante palazzo; era il momento in cui rafforzavano la presenza in Cordovado, essendosi imparentati con i Ridolfi, già capitani del luogo per conto dei vescovi.

Il palazzo è a tre piani, la facciata è caratterizzata da un ampio portone d'ingresso, sovrastato da una trifora che illumina il salone principale.
Si accede al portone attraverso una scalinata che corrisponde a un ponte levatoio dello scomparso fossato del castello.

Per successione ereditaria l'edificio passò ai Freschi e poi ai Piccolomini, attuali proprietari.
Assieme alle adiacenze, il palazzo è immerso nel verde di un parco che si apre sulla campagna.

Palazzo Beccaris-Nonis

Al centro del borgo che dal tardo medioevo si espanse a Settentrione del castello, lungo la strada principale, si nota fra tutti l’imponente mole cinquecentesca del Palazzo designato dal nome delle due famiglie che lo vollero, Beccaris, e che poi lo abitarono, Nonis.

Solidi nuclei della borghesia locale, impegnata nel notariato, nel sacerdozio, nell’amministrazione, nella proprietà ancora nel XVI secolo, i Beccaris e i Nonis contribuirono non poco alla storia civile e culturale di Cordovado.
L’edificio, compatto e massiccio ma non privo di linearità e armonia, si alza su un porticato a tre aperture.

Palazzo Agricola e Palazzo Bozza

Dirimpetto al castello, nel medioevo sorse una fila di edifici, adibiti ad abitazioni del personale e a sedi di servizio (capitano e gastaldo).
Dal loro sviluppo tardomedievale e moderno, furono enucleate due residenze signorili, conosciute con il nome di Palazzo Bozza-Marrubini, a ridosso della Porta dell’Orologio, e Palazzo Agricola (più a Sud).

L’aspetto delle due case è rinascimentale, con ampie arcate che contraddistinguono l’accesso al pian terreno e file di aperture, tra cui ampie trifore. Il retro dà su parchi e giardini. Palazzo Bozza-Marrubini è internamente affrescato con cicli di Gio. Francesco Zamolo (1704-1712), importanti non tanto per le scene mitologiche, quanto per le raffigurazioni dello scenario urbanistico di castello e altri edifici d’allora entro la cerchia murata.

Palazzo Cecchini, Palazzo Mainardi e Palazzo Marzin

Il complesso conventuale dei Domenicani, edificato a partire dai primi decenni del Settecento, utilizzando anche alcune preesistenze, pervenne nel XIX secolo in mani private, acquistato a lotti da famiglie che ne hanno perpetuato il nome: Palazzo Cecchini, Palazzo Mainardi, Palazzo Marzin.
Le maggiori trasformazioni riguardarono Palazzo Cecchini, rifatto nella facciata in forme di gusto medievaleggiante, mentre le rimanenti parti conservarono il porticato che corre lungo tutta la fronte; gli interni e gli spazi retrostanti subirono modifiche solo parziali.
Di notevole interesse sono gli affreschi ottocenteschi che ornano gli interni delle diverse sezioni, con episodi che spaziano da scene allegoriche e patriottiche, a grottesche e paesaggi dal sapore pompeiano o neogotico.